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giovedì 20 settembre 2018

A whole story: la storia vera.




... Lei gli regalò molto di sé, ma ancor di più gli regalò qualcosa che in lui era morta da tempo: l’autostima, un’entità che risiedeva nel buio delle sue paure dovute alle non poche delusioni subite in amore, prima tra tutte dalla sua compagna, sua moglie; con lei, invece, l'autostima emergeva scherzosa e lecita, vera e carica di energia. Con lei al suo fianco si sentiva più giovane di vent’anni e poteva affermare che era stata in grado di riflettere questa realtà anche sul suo corpo, non solo sullo spirito: nel momento in cui lei se ne andò per lui iniziò il processo inverso, iniziò a soffrire nuove patologie, a passare giorni e giorni senza guardarsi allo specchio … si ridusse ad avere pochi vestiti e fu un peso provarne di nuovi davanti agli specchi nei camerini. Anche il sesso non fu più lo stesso. Anzi, non fu più.





Lei descritta da lui ... brevi pensieri:



  • L'accento fortemente anglofono dava, effettivamente, una cadenza fastidiosa ai suoi brevi discorsi, ma il tono della sua voce nasale accresceva la tenerezza che lui provava nei confronti di lei...



  • Le sue caratteristiche migliori risiedevano nella capacità di dar vita ai sogni e di generarne sempre di nuovi. Lui non sapeva perché mai lei si prestasse in certe cose o quanto, invece, desiderasse farle. C'era una sintonia che riempiva entrambi, non c'era bisogno di parlare. Lei lo guardava affacciata alla finestra del suo sguardo, con un piglio melanconico che si deve a chi aspetta: riflessiva, assorta, ispirata. Poi apriva la bocca ed emetteva un’idea, un altro sogno. Lui ha adorato questa sua caratteristica e il tepore della sua presenza si riflette ancora oggi in immagini e odori, brevi momenti rubati alla pulizia del tempo, scorci di marciapiedi coperti di foglie bagnate di pioggia, panchine bagnate sulle quali non ci si può sedere, tavolini di bar coperti dal sole e difesi dai dehor estivi, riflessi dei lampioni sul nero del grande suv di lei, l’aria frizzante dei pomeriggi innevati o sotto la luna sul suo terrazzo dal panorama di una bellezza commovente.



  • Il suono veloce e ordinato dei suoi passi, quelli di lui che cercano di starle dietro … “io non ho un cuore così sano, devi darmi tempo ... io non ho un amore così libero, devi starmi vicina ..." allora lei gli si avvicinava, si sedevano, gli stringeva le mani con le dita lunghe e fredde, in grado di avvinghiarsi come un rampicante, come un ramo di glicine. E’ sempre stato un turbinio di profumi, emozioni e sensazioni così forti da sentire, ogni volta, di poter perdere i sensi.



  • Lei amava le lenzuola bianche e profumate, aveva un aspetto poco inglese da questo punto di vista: in estate le cambiava anche due volte la settimana. Aveva continuamente roba da stirare: se lui andava da lei, prima doveva aiutarla a piegare le lenzuola, mettere via lo stendibiancheria, riporre l’asse e la vaporella da stiro ... Sovente gli chiese anche di passarle il battitappeto perché, da buona inglese (questa volta sì) si era fatta moquettare tutte le stanze, esclusa cucina e bagno, e aveva tappezzato con una carta che, sicuramente, si portò dall'Inghilterra (non era difficile crederlo solo a guardarsi).



  • Lei faceva la doccia due volte al giorno, mattino e sera, ma preferiva il bagno; si lavava i denti tre volte al giorno per cinque minuti, tra spazzolino, filo interdentale e collutorio. Lei non aveva una sola macchia nei denti, non beveva tanto caffè ed anche poco tea, giusto earl grey con uno spruzzo di latte, ma circa la vodka-frutta e la birra ...



  • Lei amava la pasta e gli antipasti di verdura, la frutta e i dolci, che preparava da sé con tutta l’arte di Maria Rosa Bertolini (quella della pubblicità del lievito), ma amava, in particolare, la sfogliatella alla Nutella, quella della "pasticceria all'angolo."



  • Lei era pudica, ma era solita chiamarlo a prenderle qualcosa in bagno e si faceva trovare nuda.



  • Diventò vegetariana dopo aver visto uccidere un agnello per il pranzo di Pasqua 2010.



  • Filmò Chiara Ferragni a Londra per Gucci.



  • Collaborò con la filmaker greco-italiana-naturalizzata londinese Erica Scourti e Tele città per la Video Delta Production.



  • Pianse a Natale 2011 prima di partire una settimana per Nottingham per poi rientrare con tre giorni di anticipo; voleva portarlo con lei la notte prima e voleva andarsene a casa la mattina dopo.



  • Una volta lo portò in un posto non distante da casa sua: lui guardava il suo viso corrugato da qualcosa che temeva, le mani nervose sul pomello del cambio automatico compiere evoluzioni con le unghie color carne, occhi sbarrati che non lo ricambiavano con lo sguardo. Il rumore della ghiaia sotto le gomme, lo associò al rumore dell’addio e ci può anche stare: producevano uno scricchiolio sinistro. “Tra una settimana vado via, torno a casa" ... "Next week I’ll come back home ... to London". E ad una come lei puoi mica chiedere il perché delle sue decisioni: è una domanda che prenderebbe come un rimprovero e si arrabbierebbe molto. Quando lei decide, si fa quello che dice. “Scendi, voglio parlare”. “Non voglio farti del male restando qui”. E poi “il mio lavoro si è concluso, non ho più niente per mantenermi, capisci?”. Lui Capiva. Capiva che gli stava strappando il cuore con quelle stesse mani con cui l’aveva scaldato solo qualche giorno prima. Ma lei era così: tutto e l’esatto contrario di tutto, sincera e bugiarda, elegante e trasandata, gentile e scorbutica. Avrebbe potuto andare avanti ore ad elencare vizi e virtù di questo essere meraviglioso per finire, comunque, in completa parità.



  • Lei non aveva una costante: se il giorno prima gli chiese di seguirla in Inghilterra, il giorno dopo gli diede un calcio. Forse a lui uscì una lacrima, forse si lasciò andare ad una smorfia che sanciva la sua rassegnazione perché lo abbracciò tra le maniche di pelle del suo giubbetto color senape e pianse sul suo collo un pianto disperato che non poteva essere finto, almeno non quello.



  • Non gli disse mai la verità su quanto sentisse davvero per lui, gli disse di rado frasi come “ti amo” o “ti voglio bene”, oppure “mi manchi” o “mi mancherai”, ma solo “lo sai, vero?”. Lo sapeva, lo leggeva nel suo modo di guardarlo negli occhi e passava quei momenti, in cui avrebbe voluto amarla lì, così, all’istante, a chiedersi, invece, come fosse possibile, ammesso che fosse tutto reale: con lei sembrava di essere a Disneyland … avrebbe potuto essere una fata morgana e sparire appena avesse cercato di sfiorarla.



  • Iniziò a preoccuparlo (e a maledirsi per averla assecondata in questo) il fatto di aver ubbidito al suo non voler fare foto insieme: quando sarebbe andata via, non avrebbe avuto il conforto di una foto, e allora sarebbe tornato in quel luogo a respirare la stessa aria di quel pomeriggio senza di lei e avrebbe compreso che niente al mondo l’avrebbe riportata lì.



  • Passavano quelle due o tre ore pomeridiane in cui potevano incontrarsi, lei permettendo, in contemplazione più di loro stessi che reciprocamente l'uno dell'altro. Lui con un suo unico perché, quello che gli imponeva la ricerca del modo con cui smacchiare lei dai suoi giorni, e lei con il pensiero altrove, presumibilmente a pianificare la sua prossima vita inglese nel cottage di famiglia, perché è lì che avrebbe ritrovato l'indipendenza che cercava.



  • Un giorno gli scrisse una lettera in perfetto italiano (per mano di Emma, lo seppe in un secondo tempo), scritta a penna, nella quale elencava pressappoco una serie di motivi che giustificavano il fatto che se ne sarebbe andata:



"..vorrei restituirti quei mille sorrisi, quei mille abbracci, quei mille baci.. vorrei dirti tutte quelle parole che ho nascosto anche a me stessa troppe volte.. vorrei spiegarti il perché di tante cose, ma a volte il senso di quello che faccio non lo so spiegare neanche a me stessa.. sono un’anima instabile tormentata da mille emozioni diverse e contrastanti fra di loro ogni minuto: sto bene, sto male, piango, rido.. e poi? Rimane il vuoto qui nel mio petto.. e poi ci sono quelle notti in cui non riesco a dormire perché ho un costante peso sul cuore che mi schiaccia.. mi sai dire cos’è?? Sono tante le cose che posso cercare di spiegarti, ma a cui non posso dare una risposta.. e a cui tu non puoi dare una risposta! A cosa serve parlartene? Forse il tutto cambierà?.. ma perché angosciarti, perché farti carico di ciò che mi tormenta? Questo non si supera in due, non è qualcosa che si può condividere..per questo ti allontano prima da me, prima che la mia malinconia possa inghiottirti, prima che i miei pianti echeggino nella tua anima, prima che tu mi veda allontanarmi sempre più. Questo non è il mio mondo. Il mondo dove vivi tu non ha un posto per me! E le lacrime non valgono il giusto prezzo per pagare la mia entrata là. Devo cercare il mio giusto equilibrio, il mio posto, me stessa! Non so dove lo farò, so solo che non sarà qui. Devo trovare un significato alla mia vita e non mi basta un grande amore.. Ho bisogno di altro per ritrovarmi, ho bisogno di qualcosa che non so.. e forse quando troverò la mia isola che non c’è potrò dire di non aver cercato invano.. e avrò ottenuto tutto quello che la mia anima voleva.. e solo allora potrò sentirmi in pace con me stessa e pagare finalmente l’entrata nel mondo della felicità."



  • Asettica, mai inquinata dal dichiarare una qualsiasi forma di sentimento, anche solo sensazione, nei suoi confronti. Forse è la cosa che gli è mancata di più: un suo "ti voglio bene". Non ne era capace. In quella lettera scrisse che se ne sarebbe andata per non fare terra bruciata intorno a sé. Ma gliela diede da leggere con una lacrima tenuta a stento, e forse lui capì che avrebbe voluto dirgli altre cose. E lui ha sempre empaticamente condiviso il suo tormento, cercando di placarlo dandole l'unica ragione che riusciva a dare anche a sé stesso sul perché dovesse assolutamente andare via da lui: i suoi diciotto anni in più avrebbero fatto una catastrofe di due vite, non solo della sua. In più lui non stava più bene come prima: lasciando da parte i danni fisici, la depressione si era insinuata al punto di sostituire completamente la felicità dei momenti in cui riusciva a vederla: sentiva l’imbarazzo della certezza che tutto stava finendo, più della felicità sbarazzina ed intensa del “qui e ora” che si erano giurati di vivere. Forse iniziava, lento e inesorabile, il precipitare verso il fondo.



  • Il loro non è stato un percorso veloce: la musica, la confidenza, l'amicizia, quel briciolo di sentimento e la reciprocità istintiva che erano nate tra di loro ci misero mesi per portarsi a compimento; c'erano continue demolizioni in atto, lei diventava snob e presuntuosa al tavolo di Chiara, poi fredda e saccente nel salotto di Beppe, dolce e tenera sulla panchina del viale. La Papessa, The Priestess, sempre altera, seduta sullo scranno dei potenti.



  • Lui adorava guardarla lavorare, qualunque cosa facesse: ostentava sicurezza, conoscenza, coerenza, immaginazione, intelligenza, volontà, spirito di sacrificio, impegno, bandiva ogni distrazione, serietà assoluta. Talvolta lo metteva a disagio, lui non era così. Forse lui non prendeva mai le cose troppo sul serio, ma lei era davvero troppo il suo opposto. Una sera (della quale conservò una foto rubata a quota tovaglia e da dietro il bicchiere del vino) in un ristorante delle poche cene insieme, in una sera afosa di tardo settembre, di zanzare che non mollano, ma con un vago sentore d'autunno nell'aria, ad iniziare "dal buio presto", in mezzo a tanta poesia, lei non fece altro che parlare di cosa avrebbero dovuto fare, come avrebbero dovuto muoversi per il lavoro in corso.



  • Quando esponeva i suoi pensieri, lei non lo guardava negli occhi: fissava dei punti distanti nello spazio che aveva intorno e, più ce n'era più ci si allontanava. Ineffabile, inafferrabile. Questo era lei.



  • Era molto bella ... forse ultimamente troppo magra; forse i suoi denti superiori sporgevano troppo (anche se lui trovava che le dessero un aspetto simpatico, tutt'altro che ridicolo), forse i suoi occhi erano di un grigio troppo chiaro (erano inguardabili, di notte: facevano quasi paura) e solo al sole mostravano un anello nero di contorno all'iride chiarissima. Grandi, profondi, sempre un po' arrossati ma, quando non lo erano, avevano la cornea più celeste che lui avesse mai visto. Forse il suo naso era un po' appariscente, e le sue mani troppo lunghe e ossute e le orecchie avrebbero dovuto essere più femminili ... eppure ogni cosa le si addiceva. Era molto sensuale, anche se non aveva proprio un corpo bellissimo ed aveva un sorriso affascinante ed ammaliante: nessuno le sfuggiva.



  • Lui aveva sempre creduto che il gioco sarebbe finito la sera in cui, a rispondere al suo numero, ci sarebbe stata la signorina Vodafone. Invece, molto più banalmente, è stato come tutte le volte che qualcosa finisce per eutanasia: uno dei due rimane fermo a guardare l'altro che si allontana di spalle, chiedendosi come mai. Forse buona parte del suo fascino era dovuto al fatto che sembrava parte integrante dei luoghi in cui si incontravano; sembrava essere inscindibile dai luoghi stessi così che, tornandoci in ogni quando, ce l'avrebbe trovata ad aspettarlo. E così fece, inutilmente, per molto tempo; quello stesso tempo che, ancora oggi, non è riuscito a radere al suolo i castelli di carta che costruirono nel concepire il loro amore.



Lui descritto da lei ... brevi pensieri:



  • Il suo fascino maggiore scaturiva nel momento in cui era assorto e diventava impenetrabile; lei avrebbe voluto strappargli qualche verità, qualche pensiero. In cambio lui le lanciava degli sguardi che la trascinavano direttamente nelle tenebre della notte più profonda che si possa immaginare: i suoi occhi neri sembravano leggerle l'anima, strapparle ogni verità, leggerle ogni pensiero.



  • Lei aveva imparato ad amare il suo fascino e non solo, ma non glielo disse mai con certezza assoluta ... forse neppure lei fu così sicura dei suoi sentimenti eppure, quando non si faceva vivo per giorni ed inevitabilmente non riuscivano a vedersi o sentirsi, lei sentiva un disagio doloroso allo stomaco, una frenesia che l'avrebbe indotta a cercarlo, se non avesse sempre peccato di eccesivo buon senso: percepiva la delicatezza della situazione in cui l'aveva cacciato proprio lei, perché riconosceva per grandi linee almeno i suoi errori: se lei l'avesse lasciato perdere, anziché volergli dimostrare a tutti i costi di essere rimasta affascinata da quell'uomo sposato con figli, probabilmente, la cosa sarebbe finita sul nascere, non avrebbe portato entrambi sull'orlo di un precipizio insidioso al punto tale da non concedergli di viversi con serenità e completezza.



  • E se agli inizi della loro storia lui sembrava essere la vela ed il timone della povera barchetta su cui erano saliti, in realtà perse molto in fretta la lucidità del comando: si fece prendere al punto che non riusciva a vivere un solo attimo senza nominarla a se stesso, senza cercare ovunque appigli che riconducessero a lei ed alla loro storia.



  • Lui non aveva un corpo interessante, dal punto di vista di lei che amava i fisici asciutti, ma aveva imparato ad amare i segni delle sue battaglie, amava la sua auto ironia, amava il tocco delicato delle sue mani, improprio per la loro dimensione, amava la sua voce pacata e cupa, quasi una tranquillizzante ninna nanna; però amava addormentarsi, dopo l'amore, con la testa sul suo petto, e accarezzargli le spalle larghe e possenti: le piaceva la sensazione di protezione che provava quando lui la stringeva a sé, ma presto capì che la sua era una necessità legata alla figura mancante di suo padre e ne ebbe la certezza quando, improvvisamente, il padre morì e lei, d'istinto, iniziò a sentire di non poter più fare a meno della sua presenza nella sua vita, una presa di coscienza pericolosa per una situazione come la loro.



  • A lei è sempre piaciuto l'amore, che facevano di rado, ma sembrava che lo facessero da sempre: due amanti con un'intesa perfetta. Lui la precedeva nelle sue necessità e fantasie, ed era sempre il fulcro dei suoi pensieri: pensava a sè stesso nella misura in cui la soddisfazione sessuale di lei fosse servita; mai prima di lei, mai un atto di egoismo, sempre maschio al punto giusto, delicato e dolce al punto giusto ... un amante perfetto, almeno per il grado di esperienza di lei che, se anche poteva sembrare vissuta e spregiudicata, in realtà nascondeva non pochi blocchi dal punto di vista sessuale. Ma con un amante esperto e più grande di lei, come lui era, ebbe la cura di cui era alla ricerca e guarì dai suoi blocchi così in fretta che l'erotismo tra loro divenne un'ossessione alla quale facevano capo tutti i discorsi, tutti i minuti che passavano insieme, quasi non ci fosse nient'altro al mondo che il poter entrare uno dentro l'altro, come per nascondersi, e così rimanere finché avessero avuto fiato.



  • Lui aveva un fastidioso vizio del fumo che lei non concepiva e che si imponeva di sopportare in nome di quell'amore che non voleva confessare neppure a sé stessa. Quando lui usciva a fumare, lei cercava di precederlo per impedirgli in qualsiasi modo di accendere l'ennesima sigaretta. Ottenne molto, però, da lui: riuscì a fare in modo che lui, spontaneamente, non fumasse mai più in sua presenza; fu uno sforzo molto grande, per lui, fingere di aver smesso di fumare e gli toccò la prova più dura le volte in cui decisero di passare una settimana o qualche giorno insieme e lui inscenò il trucchetto delle trasferte improvvise: non toccò una sigaretta per giorni e giorni, neppure di nascosto. Ma quando salì in macchina le sere del ritorno, alla fine delle loro fughe, il primo pensiero era fare velocemente la prima curva, rendersi invisibile a lei che lo seguiva fin sotto, in strada, per salutarlo ed accenderne una. Perse più di un'occasione per smettere ... ci riuscì più avanti e per forza di cose ...



  • Lui amava i dolci ma, in una sorta di tentativo di compiacerla, fingeva non fosse così. Anche in questo caso ripiegò sulla realtà nel momento in cui dovette esprimersi dopo aver assaggiato una fetta di una famosa torta al cioccolato che lei gli fece per festeggiare la sua prima "trasferta" con lei: una settimana insieme richiedeva un minimo di cerimoniale di apertura e ringraziamento! La sua chocolate cake finì in due giorni, e lui non poté fare a meno di confessare la sua naturale inclinazione verso i dolci ed il fatto che fosse la prima volta in assoluto in cui una donna che non fosse sua madre facesse una torta per lui: sua moglie non cucinava, tanto meno i dolci...



  • Lui era una persona estremamente pulita, mai capelli in disordine, mai indumenti sporchi o odorosi per il troppo indossarli senza lavarli, mai barba incolta, specie quando la portava più lunga, sempre un tocco di profumo, sempre lo stesso. Ed in questo si somigliavano parecchio, perché anche lei ne usava uno solo: era una parte di entrambi, un biglietto da visita che parlava anche della loro personalità: lui ombroso e crepuscolare, il ritratto di un tardo pomeriggio di pioggia; lei dolce, incisiva e adulta, molto più di quanto la sua età avrebbe permesso di essere se non avesse incontrato lui.



  • Se lui rappresentò per lei un surrogato della figura paterna, assente già tempo prima della sua morte per via della separazione dalla madre, lei rappresentò il rifugio di un uomo che tentava in tutti i modi di scappare da una realtà che riconduceva sempre allo stesso punto: lui non scappava dalla moglie o dalla vita che l'aveva deluso, ma piuttosto da sè stesso, da quello che era diventato. E lei era diventata il suo scopo, oltre che la causa di tutto. Era debole, da questo punto di vista, non seppe mai prendere la fatidica decisione e rimanere con lei. Forse la amava solo così, diversamente le sarebbe venuta a noia e, quando questi pensieri gli oscuravano l'umore, non sapeva se temere di più lo scoprirsi indifferente a lei o temere che fosse lei a scoprire di non amarlo più. C'era già passato, un film che lo avrebbe fatto piangere anche riguardandolo cento volte. Infatti tutte le volte pianse, anche se con lei piansero entrambi.



  • Lui era un musicista particolare: non era un musicista colto, nel senso puro della parola riferita alla conoscenza della musica, ma le sue composizioni furono le chiavi che aprirono via via le porte, prima le più piccole e poi le più nascoste ed interne, del cuore di una giovane donna di appena 24 anni: quando si conobbero lui ne aveva 42. Lui ammise sempre di non aver la stoffa dello strumentista, ma suonava con agilità ogni strumento gli venisse messo davanti: mise sempre in dubbio la sua reale abilità e se tutto quello per cui lei stravedeva in lui (e la spinse a diventarne orgogliosa) non fosse in realtà una semplice infatuazione, così come giudicava la colla che li avrebbe invece tenuti insieme per cinque anni, malgrado le intemperie della vita si districassero in gran numero e con grande abilità sulla loro questione.





  • Lui un giorno le scrisse:

"... volevi che ti dedicassi un mio brano ... beh ... se l'amore che provo per te non è una semplice opinione personale, ma qualcosa di vero e profondo, allora ho fatto ben più che dedicarti un mio brano: ti ho dedicato la mia vita, il mio pensiero ed il mio modo di vedere il mondo ed i suoi colori attraverso i tuoi occhi ... tu sei la mia opera più intensa, più grande e sofferta".





A whole other story: tutta un'altra storia - Parte 1





L'aria del pomeriggio di ottobre si insinuava indecentemente sotto la sua gonna, accarezzandole le gambe nella loro nuda e rotonda fierezza, con una completezza che le mani di lui, seppur rapide e capaci, non saprebbero. Lui aveva versato a lungo i suoi sguardi nelle cavità provocate dai silenzi prolungati di lei e, ruzzolandoci rovinosamente dentro, finì per non riuscire ad uscirne, neppure con una parola dal peso esiguo. Lei stava zitta, bella e imperativa, senza un cenno degli occhi, senza una piega nelle labbra. Ed il disagio aumentava in modo proporzionale alla paura che trovasse un pretesto per mettere fine a quell'improbabile incontro. Eppure erano entrambi arrivati a quell'appuntamento con la precisa intenzione di fondere almeno parte delle loro sostanze in un'unica entità. Entrambi sapevano che un percorso può durare anche molto, a dispetto della brevità della strada concessa. Ma era il completarsi in quel tratto di strada che li eccitava e li inchiodava in quel mare di disagio, al punto di costruirsi una visione del tutto personale di una situazione di vita vissuta che percepivano, comunque, come imprescindibilmente loro. Si nascosero agli sguardi, allontanandosi per mano, senza parlare. Non raggiunsero un posto molto distante da quello in cui posarono agli occhi fotografici dei passanti per quasi un'ora: percorsero un tratto di strada sterrata, saltarono un piccolo fosso asciutto e pieno di erbacce nel punto meno profondo e più consono alle paperine bianche di lei. Lei emanava una tenerezza bambina ed indifesa ma celava, in realtà, una ormai maturata consapevolezza nei confronti della vita; lui rigirava nelle tasche gli spiccioli di autostima rimasti tra quelli che aveva fino a qualche giorno dopo essersi accorto seriamente di cosa gli si illuminava dentro nell'incontrarla, ed erano ben pochi argomenti per fronteggiare le richieste visive di lei. Lui la amava già ma, nello stesso tempo, la temeva o, forse, temeva la consapevolezza di non esserne all'altezza; lei preferiva non pensare a questo confronto e le piaceva aumentare il disagio in lui fingendosi dura e distaccata, inattaccabile ed impenetrabile. Lo guardava con una nota di divertita curiosità durante le goffe evoluzioni che cercavano di essere un ballo seduttivo, ma in realtà iniziava ad affezionarsi alla visione di quel tenero ed impacciato quarantaquattrenne che si confonde al cospetto di una ventiseienne un po' troppo matura. Gli allungò l'altra mano verso la guancia e gli diede una lunga carezza, partendo dalla tempia e stendendo l'intera mano sul suo viso, parcheggiandola fino al mento; lo guardò negli occhi e gli disse, in un italiano incerto, "cosa facci noi oggi? rimaniere qui?" "rimaniamo" disse lui con un sorriso laterale che evitò la risata fuori luogo che stava per scoppiarle impunemente in faccia. L'italiano della bella londinese era sicuramente meglio dell'inglese scolastico di lui. Ripensandoci in un secondo tempo, affermò di non essersi mai sforzato e di aver perso l'occasione di impararlo per bene, questo benedetto inglese. Intanto, un sottile odore di fumo gli penetrava il cervello attraverso l'olfatto e lì, ne era consapevole, sarebbe rimasto per sempre. Si sedettero sul muretto che divide il piccolo cimitero dalla pieve romanica; la minigonna di lei era premuta sulla gamba sinistra di lui e si sentì protetto e rassicurato dal quel gesto, nascosto agli occhi dell'universo e la sentì più vicina, malleabile ed accessibile. Il suo profumo era più intenso per via del fatto che, in quella posizione, si trovarono al riparo dalla brezza autunnale e la temperatura corporea di entrambi continuando a salire, diffondeva l'odore pungente del sudore di inevitabile eccitazione di lui ed il profumo inebriante dei capelli e delle cavità del collo, dei seni e delle cosce in cui lei, d'uso, spruzzava il suo Opium (Cinque gocce di Opium, ndr).

A whole other story: tutta un'altra storia - Parte 2



Probabilmente a lui non sembrava possibile di esserle così vicino e che lei gli regalasse un contatto così intimo senza un fine che, secondo la sua mente confusa, doveva corrispondere invece al suo. Lasciò che le parole si facessero più ardite e gli sguardi più insistenti, ma non trovò molto dell'effetto desiderato perché la conoscenza dell'italiano, per lei, era limitata alle frasi di sopravvivenza o poco più, e gli sguardi acuti di lui la imbarazzavano al punto di farle abbassare i grandi occhi grigi come la cenere. In quegli istanti di silenzio che fondevano la gioia, un sottile dolore, l'emozione e la parte ancestrale dell'amore di ognuno dei due lei, all'improvviso, saltò fuori dal solco che aveva scavato giocando con le sue tenere armi ed allungò la mano destra di nuovo sul suo viso, questa volta tirandolo a sé. Le si avvicinò alla bocca con le labbra, attese qualche istante, giusto il tempo bastante per scottargliele con il suo respiro rovente e lo baciò, senza spiegargli il perché, neppure con uno sguardo. Lui non riuscì a chiudere gli occhi, tanto era inebriato dalla sorpresa e dal piacere che scaturiva dal quel contatto così intimo che, nell'immaginazione di entrambi, era già un rapporto sessuale. L'eccitazione avrebbe voluto trascinarli oltre, ma non era adeguato il luogo: appena oltre il campo terrazzato dal muretto alto mezzo metro che li accoglieva, si potevano scorgere le sagome di un via vai continuo di vedove perse nei loro mazzi di fiori e nel loro dolore, le voci urlanti dei bambini ripresi di petto dalle mamme indignate, ed un crepitare continuo di passi sul selciato. Pensarono che, malgrado la vicinanza di casa di lei, fosse meglio rimanerne fuori, ancora per qualche tempo. E si trovarono d'accordo entrambi nel voler evitare che lui potesse impadronirsi della memoria di quel luogo che apparteneva solo a lei. Finirono in auto di lei, un grande suv nero, senza parlare, lui le teneva la mano poggiata sul pomello del cambio automatico, lei guidava scostandosi, di tanto in tanto, i capelli fuoriusciti dal legaccio dorato che si perdeva a vista tra i capelli dorati. Non perse mai di vista la strada, lui non distolse per un solo istante il suo dal viso di lei. Arrivarono finalmente, all'ombra del parco del castello sovrastante un'area rivalorizzata ed adibita a parcheggio camper e percorso fitness a tre livelli. Lì lasciarono l'auto a s'incamminarono lungo il vialetto in discesa che porta al prato vero e proprio del luogo, che gli da anche il nome evocativo che possiede tutt'ora. Erano avvolti da una fretta illogica, dato che avevano con loro tutto il pomeriggio e nessun impegno preciso, ma anche dalla consapevolezza che entrambi volevano entrarsi dentro per sempre e l'unico modo per cui questa cosa potesse accadere era fare in modo che succedesse l'irreparabile: fare sesso, lì ed ora. Lo stesso odore pungente delle stoppie bruciate nei campi continuava a penetrare l'olfatto di entrambi: a lui piaceva credere che fosse una sfumatura del profumo di lei e lo incastonava in un ennesimo ricordo visuale ed olfattivo; lei si chiedeva se, invero, non si trattasse piuttosto dell'odore di caffè tostato che, qualche giorno prima, sentì con lui in riva allo stabilimento di una nota marca di caffè italiano. A lei piaceva il caffè preparato con la moka e adorava il cappuccino del bar Del Pozzo, lui aveva imparato ad apprezzare - e non prendeva altro -  il tea che piaceva a lei, l'Earl Grey col latte, così come, tanti anni prima, fumava le sigarette di sua moglie (quando ancora non lo era) immaginando un bacio fumoso ed il sapore della sua bocca.

A whole story: tutta un'altra storia - Parte 3





Si sedette prima lui a terra, in un angolo di bordura secca e lievemente in pendenza, pensando già a come sarebbe stato se ci si fossero stesi su da lì a qualche minuto; lei lo seguì nell'intento, sempre con l'idea fissa di farlo entrare dentro di sé quanto prima possibile e non lasciarlo più andare. C'era sempre l'incognita della reazione di lei a qualunque gesto, a qualunque azione lui avesse intrapreso. Lui allungò la mano verso il suo viso, le scostò i capelli ora sciolti, le accarezzò il collo e, scendendo lungo il bordo della camicetta aperta, incagliò le dita nel primo bottone, facendolo fuoriuscire con destrezza, e un dito solo, dall'asola che lo conteneva; il secondo fece la stessa fine e gli permise di intravedere il contorno del reggiseno bianco di pizzo che circondava i suoi seni di media dimensione (una terza). Lei fece altrettanto sulla camicia di lui, scoprendo alla vista i segni di un tempo passato e i solchi di un disagio che gli si impresse sul torace tanti anni prima ed il cui ricordo continuava a rotolargli addosso come un cespuglio di spini. Ma lei sapeva tutto di lui, mancava solo la corrispondenza della descrizione alla visione della realtà, e non se ne avvide affatto. Anzi: a certe donne le cicatrici evocano una componente di mascolinità e virilità che, alla fine, finiscono per apprezzare. Si abbracciarono con le camicie aperte, ma ancora infilate sulle braccia; il maglione di lei arrotolato a terra come futuro cuscino. Cercarono di avvertire il contatto con la pelle dei loro corpi ognuno sul torace dell'altro; lui le alzò il reggiseno, liberando due seni piccoli e turgidi, con due capezzoli irti e la pelle bianchissima accapponata dai brividi, dal contatto con l'aria fresca e dall'emozione. Insinuò le mani dietro alla schiena e con un pizzicotto sganciò la clips del reggiseno che, finalmente, le liberò il costato dalla stretta fastidiosa e lì per lì notò come fosse bastata anche solo la costrizione dell'elastico del reggiseno per lasciarle un solco rossiccio e profondo sulla pelle trasparente, attraversata da vene bluastre. Intanto ci guadagnò un cenno di consenso per la rapidità con cui le slacciò il reggiseno. Improvvisamente, e ci mise molto tempo in effetti ad affacciarsi il problema, qualcosa gli fece tornare alla mente di essere su questa Terra e, su questa Terra, di aver deciso un tempo di non restare solo. Ma le promesse che cadevano dagli sguardi grigi di lei gli caddero sulle mani e lo convinsero a proseguire col suo fermo intento e, in pochi istanti, riuscì a slacciare la larga cinta di pelle verniciata dalla gonna di lei e a liberarle i fianchi che, così scoperti alla mercé degli attacchi delle sue mani, caddero nell'abbraccio decisivo che li coricò sull'erba schiacciata dai loro stessi corpi. Sembrava un percorso interminabile, ma in un attimo l'affanno del respiro confermò ad entrambi che non solo le loro lingue erano avvinghiate ora nella bocca di lei ed ora in quella di lui, ma quanto lei desiderava entrasse in lei, lo era nella più nitida completezza: era entrato in lei, come lei voleva, senza neppure rendersene conto, senza che una sola emozione entrasse ed uscisse dai loro corpi tumefatti dallo stupore ed insensibili alle sollecitazioni dei sensi. Eppure, nell’attimo in cui i respiri si placarono, si resero conto che il loro primo amplesso si era liquefatto dentro entrambi in un fiume velocissimo ed incontenibile. Il cuore accelerato abbassava il tiro, come se volesse uscire dai loro petti e sedersi a riposare.

A whole story: tutta un'altra storia - Parte 4





Il neutralizzarsi delle endorfine in eccesso durò per una ventina di minuti nei quali entrambi recitarono la parte di disagio nel non parlare, nel non guardarsi neppure, come nel timore di scoprire chissà quale dissenso nelle espressioni dell’altro. Ancora uniti si sfioravano la pelle accessibile alle mani ed i capelli, senza un bacio di tenerezza o di ringraziamento. Fu lei la prima a smuovere la massa di quel silenzio appiccicoso … “che ora sarà?” “non so”, fece seguito lui, “saranno le cinque o giù di lì … è già quasi buio…” “che sarà, invece, ora?” poi raccolse il coraggio che entrambi lasciarono cadere a terra e musicò “come stai? Come ti senti, intendo…” “sto bene, non sono mai stata meglio … a parte il ramo sotto la schiena… avrò sicuramente qualche graffio, sento che brucia…” …” fai vedere” … e lei si girò senza proferire risposta o titubanza alcuna. Si mise sul fianco sinistro, mostrando i glutei rotondi e i fianchi curvi. Era impossibile limitarsi alle sole abrasioni con il resto di quanto di lei ancora non conosceva a portata di dita e di mani, ma una carezza troppo ardita la fece ritrarre all’improvviso, senza una parola, ma con un leggero bagliore accusatorio negli occhi. Gli fece capire fin dove spingersi, almeno quella prima volta. A nessuno dei due, e questo sembrò essere la cosa più importante, venne il desiderio di dare un bacio all’altro o di essere baciato, nessuno dei due ostentò il bisogno di un abbraccio. Lei si rivestì disordinatamente, con l’urgenza di chi sta facendo tardi; lui si infilò la camicia aperta nei pantaloni e pretese di abbottonarla in modo giusto solo dopo aver stretto la cinta del pantalone. Lei se ne accorse, lo guardò e sorrise della sua goffaggine; gli si avvicinò e abbottonò quel che rimaneva, mostrando un’eleganza particolarmente accentuata nel far rotolare il bottone all’interno dell’asola, penetrandola dapprima con l’unghia rosa e spingendoci successivamente dentro il bottone. Lui guardava ipnotizzato le mani di lei muoversi con tale cinica lentezza che provò un moto di eccitazione quasi sessuale e non poté resistere alla tentazione di afferrarle le lunghe dita, portarle alla sua bocca e baciarle accarezzandole con le labbra. Lei lasciò che lui le accarezzasse con la punta della lingua, lo guardò e le chiese rientrando nel ruolo di chi conduce “hai ancora voglia …?” “si” “mio padre diceva che non è minestra, questa…” “il mio invece diceva che la minestra va mangiata calda” … “beh, credo che dovremo metterla in frigo e riscaldarla la prossima volta!”. Si alzarono, lei raccolse il maglione e lo scosse dai fili di paglia, lui si controllò la presenza di eventuali macchie d’erba sui calzoni, lei sulla gonna. Si avvicinarono sbandando nel camminare sui solchi del sentiero erboso, si urtarono, lei appoggiò la testa sulla spalla di lui, le afferrò il braccio con entrambe le mani, ritornando ad un atteggiamento infantile e tenero sembrava appesa al suo uomo come ad un albero. A lui bastò questo per riconoscere che, dopo quel pomeriggio, qualcosa sarebbe cambiato per sempre. L’aria passava, fumosa, sotto il suo naso ancora odorante di lei ed inebriato da queste sensazioni, lì per lì, stava per prendere una decisione tra le peggiori che potesse prendere: trovare una scusa e rimanere tutta la notte con lei, a casa sua. Fu lei a non volere, dicendo che “una volta è nessuna”, che non bastava ancora per entrarsi così dentro nella vita, reciprocamente. Gli errori vanno evitati. Lui non era libero, aveva moglie e figli. Lei solo il suo cuore. Ma anche a lui doveva un minimo di onestà.

A whole story: tutta un'altra storia - Parte 5

 


I giorni successivi di lui passarono lenti e appesantiti da un’ossessione costante che non poteva più fingere di non avere; da quando si alzava ai pochi episodi notturni in cui riusciva a prendere sonno, le immagini, il calore, i profumi dell’ultimo incontro gli impedivano di sognare altro che non fosse lei. Ed erano, probabilmente, immagini restituite in forma di incubi, dato che risolvendo i sogni sussultava nel letto in un bagno di sudore e col cuore che sembrava volergli uscire dal torace da un momento all’altro. I suoi giorni in ufficio passavano in un continuo guardare l’ora, probabilmente nella convinzione di far arrivare prima il momento in cui, una volta uscito dall’azienda ed entrato in auto, avrebbe acceso la radio e l’avrebbe chiamata. Il suo lavoro richiedeva attenzione ed elaborazione, capacità discriminativa ed una concentrazione che aveva perduto nella radura al fondo del giardino qualche pomeriggio prima; e tutto prendeva piano piano, ma solo nella sua mente, la sembianza di un racconto fantasy. Intorno, colleghi e superiori non ci misero molto a capire che qualcosa non andava per il verso giusto, che qualcosa era cambiato. Non era il classico dipendente provetto, ma la sua esperienza e disponibilità ne facevano un punto di riferimento in più situazioni. Ora vagava per i reparti, visibilmente sovrappensiero, con lo sguardo un po’ assente. Anche nelle pause caffè si estraniava dal capannello di colleghi tanto che la solita collega Niko, quella più sensibile alle alterazioni dei suoi stati d’animo, quella a cui, per alleggerirsi l’anima, finì per ammettere qualcosa, si staccava anch’ella dai gruppetti circolari da camera cafè per raggiungerlo lì dove rileggeva all’infinito l’ultimo messaggio di lei circondato dal fumo della quarta sigaretta accesa in una pausa di dieci minuti. Probabilmente trasudava bisogno di aiuto. Era un periodo intenso...


Aveva conosciuto la bella londinese nel tardo autunno di qualche anno prima, in un contesto alquanto singolare; era stato il classico incontro voluto dal destino. E lui ci aveva creduto sin da subito: non poteva aver altro significato incontrare un affezionato amico, collega radiofonico e dei primi service del 1983, con una splendida, affabile, simpatica, amabile biondina britannica con gli occhi grigi come la cenere, la cui iride era circondata da un salvagente nero ferro per salvarti da quel mare, semmai ci fossi caduto dentro. E lui ci cadde in pieno, senza aver contrapposto un minimo di equilibrio, ignorando la presenza del suo stesso amico e compagno di lei e quanto tra loro potesse esserci. L’aveva così colpito che una sera in cui i colleghi organizzarono una delle tante cene infrasettimanali, disse alla moglie di andare, effettivamente, a cena coi colleghi, ma poi prese a tacchinare la zona in cui aveva capito che lei potesse abitare, ai piedi della collina, nella speranza di incontrarla. Era una sera fredda e piovosa di autunno inoltrato, a tratti nevischiava e subito si trasformava in neve pesante; il clima precoce aveva fatto scendere una neve ancora fuori stagione molto bagnata, ma che aderiva perfettamente sui piani orizzontali in spessori variabili tra i cinque ed i quindici centimetri. Insomma, era consapevole del fatto che in quel quadro apocalittico sarebbe stato più facile incontrare un alieno in gelateria piuttosto che lei per strada. Non poteva prevedere, invece, che da lì a poco il suo passare e ripassare il tratto di statale, avrebbe premiato la sua cocciutaggine: una sagoma scura che stava attraversando la strada imbrattata di neve schiacciata ed acqua che non scolava mai e con due borse dell’immondizia in mano, lo costrinse a rallentare e cedere il passo. Quando i fari illuminarono un angolo di quel viso pallido ed un po’ dei capelli biondi che fuoriuscivano dall’ampia kefiah bianca ebbe un sussulto: era lei, le sue fantasie avevano preso forma, i desideri avverati. A quel punto un lontano istinto gli suggerì di far finta di nulla, aspettare che attraversasse la strada ed andarsene; lei non poteva riconoscerlo abbagliata dai fari e non conosceva la sua auto. Ma l’altro istinto, quello superficiale, la crosta che impedisce, talvolta, di guardarci bene in fondo, ebbe la meglio sulla coerenza: quindi abbassò il finestrino e la chiamò a gran voce per nome “…sei tu, vero?” lei un po’ sorpresa e, pareva, per nulla dispiaciuta buttò di fretta l’immondizia nei bidoni al lato della strada e salì in auto con lui, non invitata a farlo, per salutarlo (e togliersi dalla pioggia e dalla strada acquatica). La fiducia dimostratagli costruì le fondazioni per i suoi castelli in aria, ma neppure troppo improbabili perché, da lì a qualche istante, lo convinse a salire da lei per un tè.

A whole story: tutta un'altra storia - Parte 6




L’alloggio della ragazza era ricavato al piano di sopra di una piccola casa coloniale ristrutturata, come se ne vedono parecchie in questa regione, in un piccolo comune alla base della collina torinese, posta ai margini di un prato in discesa, sul tratto interno di una provinciale lungo la dorsale della collina che, proseguendo, portava al capoluogo verso il basso o, percorrendola al contrario, a fare tutto il giro delle colline torinesi. Aveva tutte le finestre (le uniche, in verità) che si affacciavano sul lungo balcone sulla provinciale. L’alloggio non era poi così piccolo, ma risultava diviso in due parti dal pianerottolo della scala interna, insomma, una brutta divisione. Il bagno enorme, coi suoi circa 40 metri quadrati, aveva un unico finestrone alto, apribile solo a sbalzo e col vetro satinato, in quanto si affacciava sulla proprietà confinante al lato posteriore della casa. Era fornito di vasca di quasi due metri, ampia doccia, bidet (cosa inutile per un’inglese) lavandino, lavatrice, mobiletto per alcuni oggetti tipici da bagno e qualche medicinale, scaffale porta salviette e termo arredo sul quale erano appesi due accappatoi (due?). Poche le cose che potevano far riconoscere il bagno di una giovane donna, sembrava un arredamento utile e di circostanza. Al piano di sotto vivevano i vecchi proprietari, senza figli, il che faceva fantasticare la giovane inquilina sul poter ereditare da lì a cent’anni. Erano due pensionati sulla settantina ed in salute, ed erano estremamente gentili con lei: la donna si prodigava a far sì che alla bella inquilina inglese, sempre assente da casa per lavoro, non mancasse mai un pezzo di pizza fatta in casa al suo ritorno la sera (ne era ghiotta), od un piatto di pasta o di minestra di legumi, con tanto di lattina di coca cola (lei amava la birra, ma per la gentile nonnina faceva male, non se ne parlava proprio), certe volte una fetta di torta alle pere e cioccolato (questa piaceva anche a lui); il marito, invece, improvvisava guasti da riparare e regolazioni della caldaia inutili pur di guardarle le gambe ed il sedere (lei vestiva in modo abbastanza succinto quand’era in casa: pantaloncini corti d’estate o tute attillatissime che la toccavano tutta, capi indossati senza mutandine e, questa, era una caratteristica che il protagonista di questa storia avrebbe poi avuto modo di apprezzare più avanti). Più sotto ancora, nel semi interrato, avevano ricavato uno spazietto per le cose di lei, i due bauli, le quattro valige rosse ed alcune scatole di libri e cianfrusaglie varie che non sistemò mai nell’alloggio, non per mancanza di spazio, ma come in una sorta di obbedienza alla sensazione, divenuta poi realtà, che non si sarebbe fermata a lungo in quel posto. L’auto, una Skoda Fabia cinque porte grigio metallizzato, stava in strada, pericolosamente parcheggiata dietro ad una curva, il che le costò alcune contravvenzioni da parte dei vigili locali ed una fiancata deturpata da un erpice attaccato ad un trattore, che naturalmente non si fermò, ed il danno sopravvisse fino all’acquisto, a dicembre 2010, del Rav4 Crossover Luxury Edition nero: quasi 32000€ di auto e lui si chiese dove trovò tutti quei soldi per acquistare un’auto bella, certamente, ma che forse sapeva di superfluo ed esagerato per una come lei. In seguito capì che in famiglia le sostanze in eccesso erano tali che potevano essere smaltite anche in modo un po’ sconsiderato, questa è la loro vita da che il fratello ha iniziato ad incassare bene col gruppo. L’alloggio era ammobiliato con i mobili di una vita dismessi dalle altre stanze e dalle altre vite; il divano e il materasso in particolare, ne tradivano un po’ l’età con l’odore di stantio che emanavano anche attraverso copriletto e copri divano spessi un dito e si diffondevano un po’ nell’ambiente. Abitava lì, con Emilio, da due anni. Il suo compagno, Emilio, era un tecnico del suono sul quale lui, ai tempi dei service e della radio, non avrebbe scommesso neppure una Lira in fatto di riuscita e di successo; la sua voce "triste" aveva già fatto scegliere diversamente sui suoi programmi radiofonici ma, evidentemente, si sbagliò nel giudicarlo perché, al ritorno dalla lunga ferma militare, trovò Emilio impegnato al posto suo in studio. Il destino lo portò ad incontrarlo più volte in un periodo di tempo relativamente ristretto finché, un giorno, gli presentò la bionda compagna trapiantata a forza dal sud di Londra in un posto che non rassomiglia neppure alle ordinate campagne, in cui si mischiano l’odore del mare e della pioggia, del Surrey o del Sussex (lei è di Brighton) alla quale era invece abituata. Emilio lavorava poco in studio, per il quale motivo lei era diventata la solitaria custode delle sale prova. Seguiva, invece, un gruppo rock tedesco che, non di rado, aveva necessità tecniche dal vivo o in studi del nord Europa. Morale della favola, la tenera Inglesina si trovò sedotta e abbandonata poco dopo aver conosciuto il vecchio e or ora anche il futuro compagno. La povera, però, a cavallo di un bel sogno, non si svegliò abbastanza in tempo per potersi evitare una seconda delusione che la stava attendendo ancora nascosta nell’ombra dei giorni a seguire, questa volta ben più bruciante della prima e, con ogni probabilità, in cima alla scala del suo alloggio …